mercoledì 8 giugno 2016

29 giugno 2000: colpo di fulmine




Ci sono amori che nascono per caso. Ci sono amori che nascono col tempo, crescendo giorno dopo giorno. Ci sono amori che, al contrario, scoccano in un attimo. “Colpo di fulmine”, lo chiamano. L'amore tra me e il calcio (più che amore, in tanti la chiamano “malattia”, e forse tutti i torti non li hanno, ma tant'è) rientra in quest'ultima categoria. Tra me e il pallone è stato colpo di fulmine. Un colpo di fulmine datato 29 giugno 2000.



Da lì a pochi giorni avrei compiuto nove anni. Per me, fino ad allora, il pallone era stato poco più di un passatempo. Ma quel pomeriggio si giocò Italia-Olanda, partita valida per le semifinali dell'Europeo del 2000. Zoff in panchina, Toldo in porta, Totti a dare spettacolo in campo. Nulla, dopo quel pomeriggio, sarebbe più stato come prima. Ancora non lo sapevo, ma quel pomeriggio sarebbe scoccata la scintilla tra me e quel meraviglioso gioco chiamato calcio.

Non lo sapevo ancora, e a me, allora, quello sembrava un pomeriggio come tanti altri. Un normalissimo pomeriggio d'estate, uguale ad altre decine e decine che avevo già vissuto e che avrei vissuto dopo: qualche ora in cortile con gli amici, la pausa per la merenda, e poi di nuovo giù, a darsi battaglia in bicicletta o rincorrendo un pallone. Un pallone che non era passione, solo un passatempo, fino a quel pomeriggio di giugno del 2000. Ma dalle 18 in poi, tutto cambiò. Giocava l'Italia, alle 18. L'Italia di Zoff che aveva raggiunto le semifinali all'Europeo giocato in Belgio e Olanda, e che si apprestava ad affrontare proprio gli orange padroni di casa. Avevo seguito qualcosa, di quell'Europeo, ma i ricordi, per la verità, sono molto vaghi: la partita contro la Turchia sentita alla radio, in macchina con i miei, qualche spezzone di Italia-Romania, nulla più. Il calcio era uno sport come gli altri, per me.

Ma quell'Italia-Olanda non era una partita come le altre, lo percepivo pur non essendo ancora stato contagiato dalla malattia. Un avvenimento su tutti mi fece capire che quella partita era importante per davvero. Mio padre, a cui del calcio è sempre importato zero, ma probabilmente anche meno, si sedette sul divano per guardare la partita. “Cavolo, se la guarda anche lui, è davvero importante, questa Italia-Olanda”, pensai. E così mi incollai anch'io al televisore, ipnotizzato dalla voce di Bruno Pizzul. Fu la prima volta in vita mia in cui una partita di calcio riuscì a rapirmi nella maniera più totale. Giocavano bene, quegli olandesi, erano dappertutto. Ricordo il palo di Bergkamp, poi l'espulsione di Zambrotta. “Sono troppo forti, non ce la faremo mai, figuriamoci in dieci”: ancora non sapevo quali incredibili emozioni e quali straordinarie sorprese ti può regalare il calcio. L'arbitro diede anche un rigore all'Olanda, ed io che ero troppo piccolo, ingenuo ed inesperto per mettermi a riflettere sul fatto che quel rigore ci fosse o meno, mi limitai a sperare con tutte le mie forze che De Boer lo sbagliasse. E lui lo sbagliò. Anzi, fu Toldo a respingere il pallone facendomi saltare sul divano: la prima vera gioia della mia vita calcistica. Ma nel secondo tempo la storia non cambiò: la palla ce l'avevano sempre quelli là con la maglia arancio, e noi, con la maglia azzurra, non riuscivamo proprio a tenere il passo di quelle furie. Altro rigore per quelli là, altro errore: Kluivert colpisce il palo. Altro pericolo scampato, altro salto di gioia sul divano.



Ma, poco dopo, dovetti abbandonarlo, quel divano. Alle 20.30, in campo, ci dovevo scendere io. Erano i giorni del classico torneo estivo del mio paese. Ci partecipavo per stare con i miei amici, più che per la reale voglia di correre dietro al pallone, ero anche piuttosto scarso, ma in quel torneo di paese sembrava non importare a nessuno. Quella sera toccava alla mia squadra, così spensi la tv e mi avviai verso il campetto. Lo feci a malincuore. Mi aveva rapito, quella partita, ma poco dopo pensai: “Poco male, tanto sono troppo forti quelli là, non potremo resistere ancora a lungo”. Pochi metri in strada per mano a mia madre, e il pensiero di quell'Italia-Olanda era già praticamente svanito.

Arrivato al campo, però, ecco il colpo di fulmine. Una folgorazione, il contagio di un virus che non mi avrebbe mai più abbandonato, lo spartiacque tra una vita senza calcio e quella successiva, in cui il calcio avrebbe contato tanto, tantissimo, spesso troppo, probabilmente. Mancavano pochi minuti all'inizio della mia partita, qualcuno sbucò fuori dal bar del campo e gridò: “Vanno ai rigori!”. “Ma com'è possibile? Siamo riusciti a pareggiare? Ma erano troppo forti, troppo grossi, troppo veloci, troppo tutto, quelli là! Come diavolo abbiamo fatto?”, pensai: eppure sì, era tutto vero, quel tizio parlava di Italia-Olanda. Il nostro fortino, non si sa in quale modo, aveva resistito, ed avevamo portato la sfida ai rigori. Tutto, ma proprio tutto, si fermò. Le partite del torneo sospese, nemmeno l'ombra di un'automobile per le strade. La maggior parte delle persone si riversarò dentro il bar, da dove un piccolo televisore diffondeva la voce di Pizzul, quella che un'ora prima avevo abbandonato sul divano di casa mia. Non c'era posto per tutti, in quel bar. Ma ormai mi ero follemente innamorato, li dovevo vivere ad ogni costo, quei rigori, avrei fatto qualunque cosa per trovare una televisione, una radio, qualcosa che potesse farmi sentire più vicino ad Amsterdam, in quella calda sera di giugno. Un uomo, un sant'uomo che abitava a pochi metri dal campo, aprì il suo garage, dove stava guardando la partita insieme ad alcuni amici, affinchè anche noi bambini, troppo bassi per fare capolino tra gli adulti e vedere i calci di rigore sulla piccola tv del bar, potessimo vivere quei momenti e quelle emozioni. Non so chi fosse, non ricordo il suo nome, né il suo volto, ma era un santo, quell'uomo.



In quel momento, in quel preciso istante, realizzai la grandezza di questo gioco: in quel garage, in quella calda sera di giugno, sedici anni fa, il calcio entrò a far parte di me in modo indelebile. Mi guardai intorno, dal basso del mio metro e trenta, e vidi uomini sconosciuti tra di loro, di tutte le età, dal vecchio al bambino, che si ritrovavano ad essere fratelli grazie ad una semifinale di un campionato europeo di calcio. Tutti insieme, lì a spingere Toldo verso un'altra parata, ad esaltarsi per il rigore di Totti, con quella palla che non entra mai, a gettarsi le mani nei capelli all'errore di capitan Maldini, ad esultare, ad urlare, ad abbracciarsi dopo l'ennesima parata del nostro portierone su Bosvelt, quella che ci regala la finale. Tutti uniti, emozionati, felici. “Che cosa pazzesca che è questo calcio”. Avrei scoperto solo qualche anno più tardi che quel meraviglioso sport era, ed è ancora, causa (anche) di tantissime divisioni. Ma quel giorno non lo sapevo: quel giorno, per me, il calcio era semplicemente un gioco che riusciva ad unire tutti, ma proprio tutti. Un gioco che faceva dimenticare i problemi per 90 minuti più recupero (più supplementari e rigori, a volte), un gioco che faceva tornare tutti bambini. Ed era un'emozione bellissima, un'emozione di cui non avrei più potuto fare a meno. Questo fece scattare il colpo di fulmine. Quell'Italia-Olanda mi insegnò poi che non sempre vince il più forte, il più grande, il più bello: se quei ragazzi con le maglie azzurre erano riusciti ad eliminare quei marcantoni vestiti d'arancio, bè, allora significava che vale sempre la pena di lottare, anche quando tutto sembra remarti contro. Il calcio mi avrebbe insegnato tante altre cose, negli anni a venire, ma nessuna lezione è impressa a fuoco nella mia mente e nel mio carattere come quella che quei ragazzi con le maglie azzurre mi diedero quella sera.

La finale con la Francia, ovviamente, me la gustai sul divano di casa dal primo all'ultimo secondo. Non potevo perderla, da buon innamorato/malato quale, ormai, ero diventato. Subito dopo avermi mostrato quanta gioia il pallone può dare alle persone, quell'europeo del 2000 mi mise di fronte all'altro lato della medaglia: il golden gol di Trezeguet mi insegnò che il calcio, come la vita, è fatto anche di grandi, grandissime delusioni.


Ma a me, in fondo, non importava. Perchè io, quella sera del 29 giugno del 2000, mi ero innamorato.

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