venerdì 3 giugno 2016

I dolori del (non più) giovane Motta



Chissà che cosa pensava, agli inizi del secolo scorso, Fortunato Fogagnolo, quando partì da Polesella, paesino di circa 4 mila anime in provincia di Rovigo. Partì alla volta del Brasile, alla ricerca di un po' di fortuna, di un futuro migliore per lui e per la sua famiglia. Non sapeva ancora che un suo discendente, quasi un secolo dopo, avrebbe ripercorso i suoi passi, dal Brasile all'Italia. Non sapeva che quel suo discendente l'avrebbe quasi spaccata, l'Italia, per lo meno quella sportiva. Quel discendente risponde al nome di Thiago Motta, e oggi, nel 2016, la sua convocazione per gli Europei di Francia, abbinata al numero 10 assegnatogli, sta facendo discutere l'Italia intera. Critiche aspre sono piovute su Antonio Conte in seguito all'annuncio dei convocati, lo stesso Motta non è stato risparmiato, bollato da tanti come "bidone", come "bollito", come "giocatore scarso". Ma è davvero così?
Thiago Motta, nato a Sao Bernardo do Campo, nello stato di San Paolo, il 28 agosto 1982, mosse i primi passi da calciatore nel Clube Atletico San Paolo, prima di spiccare il volo nel 1999, sorvolare quell'oceano Atlantico sul quale il suo avo, quasi un secolo prima, aveva percorso la rotta inversa, e cercare di sfondare nel Vecchio Continente. In Europa Thiago ha alternato ottime stagioni ad annate opache, anche e soprattutto a causa di due gravi infortuni alle ginocchia.



Ma stiamo comunque parlando di un giocatore che diventò una colonna del Barcellona pre-guardioliano: non era il Barcellona stellare di oggi, questo è certo, ma si trattava comunque di una rosa che annoverava giocatori come Edgar Davids, come Xavi, come Ronaldinho, come Riquelme, come Puyol. Insomma, non gli ultimi arrivati.



Fece di Thiago Motta un perno dei propri successi, dopo la strepitosa stagione genoana (27 presenze e 6 reti), anche Josè Mourinho, che lo volle a tutti i costi a Milano sponda Inter e ne fece un titolare inamovibile nella formazione che, nel 2009-2010, vinse tutto ciò che c'era da vincere. Stagioni nerazzurre che valsero a Thiago la chiamata del sempre più onnipotente Psg.




Emblematiche le annate francesi del neo numero 10 azzurro: in una società dal budget infinito, in cui ad ogni sessione di mercato si scatena il via-vai di campioni, lui è stato considerato da Blanc assolutamente intoccabile, al pari dei Thiago Silva e degli Ibrahimovic. Aspetto, quest'ultimo, che dovrebbe far riflettere chi si è affrettato a bollare Motta come un giocatore "scarso". Qualcuno ha anche appiccicato addosso a Motta l'etichetta di giocatore fragile. Lo score delle sue ultime tre stagioni all'ombra della Tour Eiffel recita 47, 38 e 43 presenze: non esattamente numeri da giocatore "sempre rotto", così come lo ha definito qualcuno.

In tanti hanno ironizzato sulla sua lentezza, in questi giorni. Non è un fulmine di guerra, Thiago, questo è innegabile. Ma il calcio è uno sport che si gioca col pallone, e di centrocampisti con la sua proprietà di palleggio, con il suo senso geometrico, con la sua capacità di giocare sempre a due tocchi, in Italia, ne abbiamo davvero pochi. Non erano solo parole di circostanza, quelle di Daniele De Rossi, non era solo un atto dovuto da parte di uno dei veterani della rosa nei confronti di un compagno di squadra. "Provate a palleggiare con lui", ha sentenziato il romanista. C'è da credergli. Per info, rivolgersi a Josè Mourinho e Laurent Blanc, due nomi citati assolutamente non a caso.

Non è un giocatore appariscente, Thiago, lui che alle miriadi di scarpette fluorescenti che i calciatori sfoggiano ogni settimana ha sempre preferito le sue Mizuno vecchio stampo. Scarpa nera, linguetta e logo bianchi, da lì non si scappa. Pochi fronzoli, tanta sostanza lì in mezzo al campo, e questo è forse il suo più grande demerito in un'epoca in cui il calcio è sempre più spettacolo e sempre meno sport.

Va per i 34 anni e non è un campione, Thiago, non lo è mai stato e non lo sarà mai, ma forse, in questi giorni, qualcuno ha un po' esagerato con le critiche nei confronti di un giocatore che è tutto, fuorchè scarso. La sua carriera è lì a dimostrarlo, insieme al titolo di inamovibile in uno squadrone multimilionario come il Paris Saint Germain. Sotto la Tour Eiffel si discute gente come Di Maria, come Cavani, come Lavezzi, ma Thiago no, Thiago non si tocca. Al di qua delle Alpi, le cose stanno andando un po' diversamente. E non ci addentriamo nella stucchevole polemica sul numero 10. Polemica futile, frivola, davvero "all'italiana", non serve aggiungere altro.

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