giovedì 16 giugno 2016

Elogio del catenaccio


Il calcio è un gioco molto semplice: ventidue giocatori, undici per squadra, una porta, un pallone. Chi fa un gol in più dell'avversario vince. Punto. Fine della storia. Da lì non si scappa. Certo, in oltre un secolo di calcio questo sport ha subìto una miriade di trasformazioni, tantissime evoluzioni di varia natura, da quella tecnica a quella tattica, che hanno profondamente cambiato la fisionomia del gioco più bello del mondo. Ma la sostanza, in fondo, è sempre quella lì: vince chi butta in porta un pallone in più degli avversari.

Con il passare dei decenni, però, qualcuno ha voluto farci credere che ci fossero modi giusti e modi sbagliati di arrivare a quell'obiettivo. Una maniera giusta che si compone di estetica del gioco, di vocazione offensiva, una filosofia che al risultato affianca lo spettacolo, il "calcio spettacolo", contrapposta a delle modalità definite sbagliate, quasi vergognose: la filosofia del "primo non prenderle", della maniacale attenzione alla difesa, del contropiede. Lo hanno chiamato "catenaccio", dando un'accezione negativa ad una soluzione tattica di cui noi italiani siamo stati padri e promotori in giro per il mondo.

Eppure, nel regolamento del gioco del calcio non si trova alcuna regola che stabilisca quali filosofie di gioco siano da reputare "corrette" e quali, per contro, vadano invece bandite dai campi del globo. C'è una regola che dice che il pallone non è più in gioco quando varca le linee laterali del terreno di gioco, c'è una regola che impedisce ai portieri di toccare la palla con le mani fuori dalla loro area, c'è una norma, insomma, per ogni singolo aspetto di questo gioco. Ma di un articolo, o quantomeno un comma, che regoli i modi "giusti" o "sbagliati" di giocarci, no, non v'è alcuna traccia. Anzi, una vittoria ottenuta per 6-2 varrà esattamente quanto uno striminzito 1-0: tre punti se si tratta di un campionato, il passaggio del turno se ci si trova in una sfida ad eliminazione diretta. Certo, forse un 6-2 è più spettacolare, fa divertire di più chi sta a guardare, ma ciò non rende la vittoria più legittima di quanto non sia quello striminzito 1-0.

E allora la smettano, tutti questi esteti del pallone, di indignarsi quando una squadra bada prima a difendersi, la smettano di dire che il nostro caro vecchio catenaccio "non è calcio". Non è così, o meglio, non c'è nessuna regola ufficiale che stabilisca quale sia il "calcio giusto" e quale il "calcio sbagliato". La smettano di sostenere che una vittoria ottenuta con un gol in contropiede valga di meno rispetto a una vittoria centrata dopo una partita giocata all'attacco, con ritmi alti, scambi veloci, giocate spettacolari e numeri d'alta scuola. Chiedetelo ai greci, che cos'hanno provato quando la squadra guidata da Rehhagel, nel 2004, vinse l'Europeo dopo una sfilza di 1-0 frutto di catenaccio e contropiede. Chiedetelo a noi italiani, quanto abbiamo goduto la sera del 9 luglio 2006, dopo un titolo mondiale che poggiava le sue basi proprio sulla solidità difensiva. Abbiamo goduto, noi e gli ellenici, tanto quanto un tifoso del Barcellona dopo ogni vittoria degli spettacolari blaugrana di Guardiola: abbiamo goduto esattamente quanto loro, anche se le nostre squadre avevano vinto grazie a quel vergognoso catenaccio, senza proporre un gioco ad alto tasso spettacolare.

Hanno voluto farci credere che il catenaccio fosse una scorciatoia, i cultori del bel calcio: un classico sotterfugio all'italiana, un metodo da furbi. Non è così, e le difese ballerine di questo Europeo ce lo stanno dimostrando. Per capire cosa si intende, date un'occhiata al gol di Bjarnason contro il Portogallo, a quello di Weiss contro la Russia, o ancora alle numerose occasioni concesse dai campioni del Mondo della Germania all'Ucraina. Non è facile, difendersi, non è una scorciatoia. Non basta piazzare il "bus davanti alla porta". Difendere è molto di più. Difendersi bene non è da tutti. Servono ore di allenamento, movimenti provati e riprovati, diagonali che diventano automatiche, coperture e distanze tra i reparti calcolate al centimetro. Serve concentrazione massima e costante. No, non basta piazzare dieci giocatori davanti all'area. Servono idee chiare per andare a pungere quando l'avversario offre un lato scoperto.

E' intelligenza, il catenaccio, è consapevolezza dei propri limiti, è capacità di capitalizzare i propri pregi riducendo al minimo i difetti.

Catenaccio, Cholismo, difensivismo. Chiamatelo come volete, ma lasciatecelo fare in pace.
Perchè il catenaccio non è da tutti.

[A.D.] http://liberopallone.blogspot.it/ - Riproduzione Riservata

foto it.eurosport.com