lunedì 20 giugno 2016

Gianni Comandini, tra sogno e incubo


Diventare un calciatore di successo è il sogno tanti, tantissimi bambini e ragazzi. Un sogno che fa rima con fama, denaro a palate, con una vita nababbo. Una vita da sogno, appunto. Il successo può farti toccare il cielo con un dito, ma può anche pesare come un macigno poggiato sulle tue spalle: la pressione e le aspettative che derivano da quel successo possono anche piegarti e, talvolta, spezzarti la schiena. E' quel che è successo a Gianni Comandini. Perchè il sogno di diventare un calciatore di successo era il sogno di tutti, ma non il suo.

Il nome di Gianni Comandini, nato a Cesena il 18 maggio del 1977, per i calciofili italiani e non solo sarà per sempre indissolubilmente legato ad una delle partite più incredibili della storia del campionato italiano. E' la sera dell'11 maggio 2001, ci si avvia verso la conclusione di una stagione grigia, per certi versi simile a quella appena conclusa, per le due milanesi. La stracittadina è l'ultima occasione per riscattare parzialmente i modesti risultati ottenuti durante l'anno. A spuntarla è il Milan guidato da Cesare Maldini, che regala ai propri tifosi una serata memorabile: l'Inter subisce un pesantissimo 6-0, ad aprire le marcature è proprio lui, Gianni Comandini. Il cesenate mette a segno una doppietta nei primi venti minuti. Prima una girata col mancino, di rapina, a sbloccare lo score dopo appena 3 minuti di gioco, poi, al 19', un imperioso colpo di testa su cross di Serginho. Frey è battuto per la seconda volta, Shevchenko, Giunti e lo stesso laterale brasiliano completeranno la valanga nerazzurra. Ma l'eroe della serata è lui, Gianni Comandini.


Lui, nato e cresciuto a Cesena e nel Cesena, esploso proprio in bianconero nel 1998-1999, con 14 reti nel torneo cadetto. Lui, che si era migliorato l'anno dopo a Vicenza, segnando 20 gol in serie B e trascinando i veneti alla promozione in serie A. Lui, campione d'Europa Under 21 nel 2000 al fianco di gente che poi, di strada, ne avrebbe fatta parecchia: con lui, negli azzurrini, giocano Pirlo, Perrotta, Abbiati, Gattuso e Baronio. E lui, Gianni Comandini da Cesena, è un esponente di spicco di quella generazione d'oro. E' il numero 9, il centravanti che rappresenta il futuro del pallone italiano. Lo pensano tutti gli addetti ai lavori, lo pensa anche il Milan, che se lo prende nell'estate del 2000. L'inizio è con il botto: Gianni va subito a segno nei preliminari di Champions League contro la Dinamo Zagabria, ma dopo quella sera d'agosto non tutto va per il verso giusto. Gianni gioca poco, il Milan gioca male. Fino a quella sera di maggio, a quel derby di San Siro per il quale ancora oggi, quindici anni dopo, i tifosi rossoneri sfottono quelli nerazzurri. Può essere la definitiva consacrazione, per Gianni, può essere la rampa di lancio verso una carriera da star: arriva anche il battesimo di Pellegatti, che lo soprannomina "Sentenza". Quell'11 maggio del 2001, invece, resterà il punto più alto della carriera del cesenate, che non toccherà mai più livelli così alti in un campo da calcio.


Eppure, nell'estate del 2001, l'Atalanta sborsa la bellezza di 30 miliardi per assicurarsi le sue prestazioni. Una cifra da capogiro, che rende tutt'ora Comandini l'acquisto più oneroso della storia della Dea. Tra un infortunio e l'altro, però, le cose non vanno per il verso giusto: due anni e mezzo a Bergamo, 46 apparizioni, solamente sette reti e anche una retrocessione di mezzo. A gennaio del 2004 Comandini prova a ripartire dal Genoa, in serie B: anche qui i risultati sono deludenti. Dieci presenze, un solo gol, bottino magro per chiunque, figuriamoci per uno che fino a tre anni prima era considerato una delle più grandi promesse del pallone italiano e decideva il derby milanese con la maglia rossonera. In estate il ritorno a Bergamo, ma le cose non migliorano. I problemi fisici continuano a tormentare il cesenate, ormai la pallida copia di quel centravanti che guidava la nostra Under 21 al successo continentale. Due presenze in A, nessun gol, poi, a gennaio del 2005, Gianni fa un ultimo tentativo: va alla Ternana, in serie B. Sette presenze, un solo gol, poi Comandini dice basta. Proprio così: Gianni Comandini, il numero 9 dell'Italia Under 21 campione d'Europa, l'eroe di Inter-Milan 0-6, il centravanti italiano del futuro, mister "30 miliardi", si ritira a 28 anni.

Ci sono i problemi fisici, sì, ma c'è dell'altro. Gianni molla tutto perchè non sente più suo il mondo del calcio. Troppe pressioni, troppe aspettative, asfissiante competizione per un posto in squadra. "Un mondo che ti dà tanto, ma che allo stesso tempo ti chiede tanto", dichiarerà qualche anno dopo. Un mondo poco umano, dove il risultato viene sopra ogni cosa, dove si viaggia in giro per il mondo senza però vedere niente, standosene rinchiusi in alberghi di lusso e pullman con i vetri oscurati. Per Gianni quegli alberghi sono celle. Celle dorate, sì, ma pur sempre celle. Troppe regole, troppi obblighi da rispettare: Gianni si sente soffocato da quel mondo. Quello che per tanti è un sogno, per lui diventa un incubo dal quale fuggire. E così, a soli 28 anni, mentre i suoi colleghi raggiungono la maturità calcistica, mentre quelli che sono stati per anni i suoi compagni di viaggio strappano contratti milionari, Gianni cambia vita. Già, perchè Comandini chiude a doppia mandata il capitolo calcio e inizia a girare il mondo.

Se c'è qualcosa che il pallone gli ha dato, nella sua breve carriera, è la tranquillità economica: Gianni sa di essere un privilegiato per questo, ma del mondo del calcio davvero non ne può più. Gianni decide che è ora di vedere cosa c'è oltre il pallone, che cosa c'è fuori dalle stanze dei lussuosi alberghi che per anni sono state la sua casa. Gianni mette in uno zaino le sue cose e inizia a girare il mondo: se lo può permettere, dopo nove anni da calciatore professionista. Brasile, Porto Rico, Panama, Messico, Nuova Zelanda: la seconda vita da giramondo porta Comandini in ogni angolo del pianeta. Lui, il suo zaino e la sua tavola da surf, che nel suo cuore ha idealmente sostituito il pallone. Gli alberghi a cinque stelle non ci sono più, ora ci sono gli ostelli, le spiagge più selvagge del globo hanno sostituito i campi d'allenamento, i viaggi non sono più trasferte, ma esperienze dell'anima alla scoperta delle bellezze del mondo, quel mondo reale dal quale il pallone lo aveva tenuto lontano per anni.

Scopre il mondo oltre il calcio, Gianni, poi torna nella sua Cesena e si dedica ad un'altra delle sue passioni, la musica: apre un locale, dove lui stesso si diverte a fare il dj. Si diverte, sì, concetto che va sottolineato. Perchè proprio l'assenza di divertimento, quell'ansia da risultato, quell'obbligo di arrivare alla vittoria a tutti i costi, quella pressione insostenibile avevano tolto a Gianni la gioia di giocare a pallone, lo avevano convinto a dire addio ad appena 28 anni.

A leggere le interviste che Comandini ha rilasciato negli ultimi anni si ottiene il ritratto di un uomo sereno, che non ha alcun tipo di rimpianto. Il calcio avrebbe potuto dargli ancora diversi milioni, se non avesse deciso di smettere, ma Gianni è felice così, con qualche euro in meno sul conto in banca e qualche viaggio in più da raccontare. Poteva vivere il sogno di milioni di ragazzi, Gianni, ma ha preferito scegliere un'altra strada, perchè quello era un sogno, sì, ma non il suo sogno.

Ha lasciato presto, Comandini, ma ha fatto in tempo a lasciare un segno indelebile nel mondo del pallone. Per credere, chiedete ai tifosi milanisti (ma anche a quelli interisti) di quella sera dell'11 maggio del 2001.

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