martedì 28 giugno 2016

Italiagermaniaquattroatrè


E così, sarà di nuovo Italia-Germania. Una sfida che racchiude in sè la storia del calcio, una rivalità accesa ed eterna dalla quale noi azzurri siamo spesso e volentieri usciti vincitori, quasi sempre abbattendo i pronostici della vigilia. Una rivalità che toccò il proprio apice nella semifinale dei Mondiali giocati in Messico nel 1970: italiagermaniaquattroatre. Così, detta e scritta tutta d'un fiato. La partita del secolo, l'hanno definita. Una gara epica, quella giocata all'Azteca di Città del Messico il 17 giugno del 1970, una gara che racchiude l'essenza della rivalità tra Italia e Germania. Scaltrezza contro strapotere fisico, il catenaccio italiano contro la potenza offensiva teutonica, una battaglia infinita ed eterna: ancora oggi la targa commemorativa posta fuori dallo stadio Azteca ricorda quel leggandario italiagermaniaquattroatre.

Era l'Italia campione d'Europa in carica, quella che si presentava in Messico nel '70. L'Italia dello storico Cagliari scudettato, l'Italia dell'eterno dualismo Mazzola-Rivera, l'Italia di "zio Uccio" Valcareggi. L'Italia che doveva riscattare la disastrosa spedizione inglese di quattro anni prima, chiusa con l'umiliante eliminazione patita per mano della Corea del Nord. Una selezione campione continentale in carica, certo, all'interno della quale non mancavano però problemi e polemiche.

C'era stata l'assurda esclusione di Lodetti, convocato e poi tagliato dopo l'infortunio di Anastasi, al posto del quale erano stati chiamati inspiegabilmente chiamati due giocatori, Prati e Boninsegna. C'era il caso Rivera, che mal digeriva la staffetta con Mazzola, che lo costringeva quasi sistematicamente a subentrare solamente a gara in corso: solo un provvidenziale intervento di Nereo Rocco e del presidente federale Artemio Franchi riuscirono a convincere l'Abatino, come lo chiamava Gianni Brera, a non lasciare il ritiro della nazionale. Gianni rimane, ma va in panchina: Valcareggi gli  imputa le sofferenze del centrocampo azzurro e gli preferisce il più dinamico Mazzola. C'è poi Riva, trascinatore del Cagliari campione d'Italia, che sembra la controfigura di sè stesso, distratto e preoccupato da problematiche extra calcistiche che ha lasciato in Italia: leggasi una storia d'amore con una donna sposata, con il marito che minaccia il ricorso alla giustizia.


Insomma, i grattacapi, per lo "zio Uccio", non mancavano. E le prime gare del mondiale messicano sembrano restituire un'immagine di una squadra confusa, senza nè capo nè coda, le cui sicurezze sono minate dalle polemiche che impazzano fuori dal campo. Contro la Svezia basta un "gollonzo" di Domenghini, contro l'Uruguay a Puebla, nel secondo match, l'altura e il caldo atrofizzano i muscoli e i polmoni: lo 0-0 è scritto. Opaca anche la terza uscita, a Toluca contro Israele: lo 0-0 è scialbo, deprimente, ma basta per conquistare i quarti di finale. L'Italia non ha entusiasmato, anzi, ma va avanti: dopo il doppio titolo del '34-'38, mai gli azzurri erano riusciti a raggiungere i quarti di finale mondiali.

Sulla strada verso la finale ci sono i padroni di casa: tutti, in Messico, sono convinti di sbarazzarsi facilmente dell'Italia asfittica e incapace di segnare vista nella prima fase del torneo. E la partita, nella bolgia di Toluca, sembra indirizzarsi proprio su questi binari quando Gonzales, al 13', batte Albertosi e firma l'1-0. Un'autorete di Pena propiziata da Domenghini, però, pareggia i conti al 25'. Nella ripresa tutti si aspettano un Messico brillante, in quanto molto più abituato a giocare in altura. L'ingresso di Rivera, però, ribalta le sorti della partita: quelli stanchi sembrano proprio i messicani, Riva segna una doppietta, anche il numero 10 del Milan trova la gloria personale. Finisce 4-1 per l'Italia di "zio Uccio", che quasi a sorpresa, senza sapere come, si ritrova tra le quattro migliori squadre del Mondiale: impensabile dopo l'inguardabile girone iniziale. Con noi Brasile, Uruguay e Germania Ovest. L'Italia intera si riversa per le strade per sfogare una gioia incontenibile: non sanno, gli italiani, che il meglio deve ancora venire.

La semifinale tra Italia e Germania Ovest si gioca nel pomeriggio del 17 giugno allo stadio Azteca, a Città del Messico, quota 2300 metri. I nostri avversari sono reduci dalla battaglia vinta ai supplementari (3-2) contro i campioni in carica, gli ormai ex maestri inglesi. Uno sforzo che peserà nelle gambe di Beckenbauer e compagni. Dopo la prestazione contro il Messico, l'opinione pubblica chiede a gran voce la promozione a titolare di Rivera, ma Valcareggi non ci sente, e in campo dal primo minuto va Sandrino Mazzola. Anche Schon, allenatore tedesco, ha i suoi grattacapi, con i mugugni di Haller, cui viene preferito Seeler. Nemmeno il tempo di prendere le misure e l'Italia passa: Boninsegna scambia un po' fortunosamente con Riva e dai venti metri lascia partire una staffilata mancina che si infila alle spalle di Maier: Italia uno, Germania zero. E' il minuto 8, da lì in poi comincia l'assedio tedesco. Rosato è un totem là dietro, verrà incoronato miglior stopper del Mondiale, ma l'Italia subisce senza mai riuscire a ripartire. I tedeschi chiedono un paio di rigori, ma l'arbitro Yamasaki, peruviano dalle evidenti origini giapponesi, lascia correre. Dopo l'intervallo Mazzola lascia il posto a Rivera: staffetta classica, prevista e prevedibile, che però non cambia il copione dell'incontro. La Germania carica furiosamente, il fortino azzurro guidato da Burgnich e Rosato resiste eroicamente.



La partita si trasforma in battaglia vera, Beckenbauer rimedia una lussazione alla spalla dopo uno scontro con Rosato: Schon ha esaurito i campi, il grande Franz rimane stoicamente sul terreno di gioco. I 105 mila dell'Azteca sono quasi tutti per la Germania: in tanti, infatti, lavorano nel locale stabilimento Volkswagen. L'Italia è rintanata nella sua metà campo, Riva, Rivera e Boninsegna sono poco più che spettatori. Un catenaccio bello e buono, quello azzurro, che resiste fino al 92', quando Schnellinger interviene in spaccata sul traversone di Libuda e batte Albertosi. La leggenda narra che il giocatore del Milan si trovasse lì, nella nostra area, perchè visto l'avvicinarsi del triplice fischio si stesse già dirigendo verso gli spogliatoi. Uno a uno, il fortino è caduto, si va ai supplementari. Molti italiani sono contrariati, compreso Nando Martellini, leggendario telecronista: all'epoca, infatti, gli arbitri erano soliti fischiare la fine delle partite al 90', senza concedere recupero. Yamasaki lo fece, e ci regalò la partita del secolo.

"Ora i tedeschi ci annienteranno", questo è quello che quasi tutti gli italiani pensano. Poletti entra al posto di un esausto Rosato, e proprio lui a farsi sorprendere da Gerd Muller che al minuto 4 del primo tempo supplementare sigla il 2-1. Per gli azzurri sembra finita, troppo forti i tedeschi, Fort Apache ha resistito fin troppo a lungo agli assedi avversari. E invece no, perchè questa è la partita del secolo, e non può seguire un copione prevedibile. Al 98' Rivera calcia verso l'area una punizione, Helda cicca clamorosamente il rinvio e Burgnich, uno stopper, infila Maier con la freddezza di un centravanti. E' il 2-2, l'Italia c'è ancora.


C'è chi invece il centravanti lo fa di mestiere, da una vita, e in questa partita di palloni giocabili ne ha visti pochi. Parliamo dell'eroe di un'isola intera, la Sardegna, Gigi Riva, che al 104' stoppa un complicato pallone proveniente da sinistra, lo addomestica e lascia partire un sinistro dal limite. Non è una fucilata, non è un bolide terrificante di quelli che gli hanno fruttato il soprannome "Rombo di Tuono": è un colpo da biliardo, un diagonale lento ma precisissimo, che lemme lemme si infila alle spalle di Maier, è il gol del 3-2 per l'Italia, è l'ennesimo colpo di scena di questa infinita, pazzesca, leggendaria partita.

Per molti ormai, nella sauna di Città del Messico, l'impresa è rimanere in piedi e trovare un po' d'ossigeno da buttare nei polmoni: non facile dopo 105 minuti giocati a 2300 metri d'altezza. Al minuto 110, però, la sfera spiove ancora nell'area presidiata da Albertosi. L'assenza di Rosato si sente, la palla, di testa, la prende Seeler: una parabola beffarda che viene deviata da Muller, ancora di testa. Albertosi è fuori causa, ma sul palo c'è Rivera. Non si capisce bene cosa accada, forse Gianni attende l'intervento di Albertosi, forse valuta fuori il tiro di Muller: la palla entra in rete, è il 3-3 tedesco. Rivera si aggrappa al palo in preda alla disperazione, Albertosi gli grida cose irripetibili. La Germania ci ha ripresi ancora, e non sappiamo se ci sono energie per rialzare ancora la testa. Ma lo abbiamo detto, questa è la partita del secolo.

Palla al centro, si riparte, i ritmi sembrano bassi, bassissimi, i tedeschi sono stanchi quanto noi. Non si attendono che i rigori, è inevitabile. Ma Boninsegna non è d'accordo e con energie prese chissà dove fugge a Schulz sulla sinistra: cross basso, in mezzo c'è Rivera. Proprio lui, lui che appena un minuto prima, con la sua indecisione, ha favorito il pareggio teutonico, ha sul destro la palla buona per redimersi immediatamente dal suo peccato. Com'è strano il calcio. Il piede destro di Rivera è di quelli che nascono ogni vent'anni, di quelli raffinati, baciati dalla Dea Eupalla. Rivera non sbaglia, piattone rasoterra e prendere in controtempo Maier. 4-3. Mancano nove minuti al termine, ma di energie, adesso, non ce ne sono davvero più. Finisce così, 4-3. italiagermaniaquattroatre è finalmente finita e può essere consegnata alla storia.


Yamasaki fischia tre volte e il pubblico dell'Azteca invade il campo: in gran parte non si tratta di italiani, solamente di persone vogliose di gridare al mondo che quel giorno, all'appuntamento con la storia, c'erano anche loro. Sì, perchè è chiaro fin da subito, quella partita è storia del calcio: Cannavò, futuro direttore della Gazzetta, grida al cielo "Aspettavo questo momento dal '43", Gianni Brera, purista dell'estetica calcistica, storce il naso di fronte ad una partita che è stata più agonismo che tecnica, ma non può non riconoscere che quest'incontro lascerà un segno indelebile nella memoria di chi l'ha vissuta. Alcuni azzurri sono così stremati da dover essere portati in braccio fin dentro gli spogliatoi, anche l'ultima stilla di energia è stata spesa.

In Italia sono le tre del mattino, ma non dorme nessuno, si dice che trenta milioni di persone siano incollate ai teleschermi: c'è da vivere la storia, quella notte. Le campane delle chiese suonano a festa, tutti si riversano in strada, ci si abbraccia in nome dell'Italia dello "zio Uccio". In Germania Ovest, nelle stesse ore, parte la caccia all'italiano: molte macchine dei nostri connazionali vengono date alle fiamme. E' l'altra faccia della medaglia, quella sbagliata, della partita del secolo, è il lato oscuro di una rivalità che sfocia nell'odio e che affonda le radici nei decenni precedenti, in circostanze ben più importanti di una partita di pallone.


La finale contro il Brasile vedrà poi un'Italia stanca, profondamente segnata dalla battaglia dell'Azteca, soccombere sotto i colpi del Brasile di Pelè, che si prenderà il terzo titolo iridato e la Coppa Rimet. Ma poco importa, la storia è ormai stata scritta: una targa di bronzo posta all'esterno dello stadio di Città del Messico consegnerà all'eternità questa partita e la rivalità tra Italia e Germania, che vivrà nei decenni successivi altri emozionanti capitoli. Quello nuovo, ancora da scrivere, andrà in scena sabato sera a Bordeaux. Sarà ancora Italia-Germania. Sarà ancora storia del calcio.

[A.D.] http://liberopallone.blogspot.it/ - Riproduzione 

foto nell'ordine www.corriere.it, www.storiedicalcio.altervista.org, www.panorama.i, www.maghweb.org, it.wikipedia.org