lunedì 13 giugno 2016

La grinta non si compra


A Foggia, la sera del 12 giugno 2016, finisce 1-1 tra i satanelli e il Pisa. In campo e sugli spalti dello "Zaccheria" succede di tutto, ma il verdetto è uno solo: il Pisa è promosso in serie B. Il simbolo del trionfo toscano è il mister, Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro. Non staremo qui a raccontarvi la sua storia, la sua vita, la sua carriera. "Ringhio" non è di certo uno che ha bisogno di presentazioni: è uno degli eroi del 2006, con il Milan ha vinto tutto, ma proprio tutto, di lui si sa tutto o quasi. Questa è la storia di come Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro mi ha insegnato che cos'è la grinta.

E' la sera del 28 maggio 2003, allo stadio Old Trafford di Manchester Milan e Juventus si affrontano nella finale di Champions League. Un'annata dorata per il pallone italiano, che si prende l'intero palcoscenico nella finale di Manchester. Tre le squadre che il Bel Paese porta in semifinale in Champions League: a Juventus e Milan si aggiunge l'Inter, eliminata proprio dai cugini rossoneri. Una vera cuccagna per il nostro pallone.

La partita, a Manchester, si trascina fino ai supplementari. Poche emozioni, nessun gol, squadre bloccate: si affrontano due corazzate, due superpotenze, accomunate dalla poca, pochissima voglia di scoprirsi. Centoventi minuti, comunque, sono tanti. Sono ancora più lunghi in una calda serata di maggio che offre un anticipo di estate. I giocatori in campo, nelle ultime battute di gara, sono stremati: maglie dal peso raddoppiato dal sudore che hanno assorbito, polpacci che scricchiolano per i crampi, calzettoni abbassati, quasi ad elemosinare un po' di aria fresca per le proprie gambe. Nel Milan c'è Roque Junior che addirittura rimane in campo nonostante uno stiramento, La finale tutta italiana si trascina stancamente verso i rigori, nessuno, tra i ventidue in campo, sembra avere le energie per provare a cambiare il destino di questo Milan-Juventus. Tutti attendono i rigori lasciandosi scivolare addosso gli ultimi minuti del match.



Tutti, tranne uno.

Quando manca una manciata di minuti al 120', la Juventus, che in quel momento staziona nella metà campo rossonera, sceglie l'opzione conservativa: la sfera torna indietro per un giro palla dai rischi e dal dispendio di energie che rasentano lo zero. I giocatori del Milan assecondano la decisione dei bianconeri.

Tutti, tranne uno. Quell'uno è Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro, che nel 2003 ha 25 anni ed è alla prima finale di Champions League della sua carriera. Rino non intende assecondarlo, quel giro palla facile facile della Juve. E allora parte, inizia a mulinare le gambe e corre, corre a perdifiato verso il pallone. Al diavolo la tattica, al diavolo la logica. Rino va all'arrembaggio. La sfera passa da un giocatore della Juventus all'altro e viaggia all'indietro: prima dai centrocampisti ai difensori, poi dai difensori fino a Buffon. Dietro la palla c'è lui, Gattuso, indemoniato, che di fermarsi non ha nessuna intenzione. Corre, corre da solo contro tutti, Rino. Corre come se da quel pallone dipendessero le sorti del pianeta. Dopo 120 minuti di una finale estenuante, quando gli altri ventuno giocatori in campo sono alla soglia dei crampi, Gattuso scatta per cento metri rincorrendo ogni giocatore bianconero che entri in possesso del pallone. Gattuso corre in pochi secondi dalla sua area a quella presieduta da Buffon. Passare il pallone all'indietro, a questo punto, per i giocatori della Juventus non è più una scelta, bensì un obbligo. Già, perchè a ricacciarli all'indietro c'è un ossesso con la maglia numero 8 del Milan che non si è ancora rassegnato ai calci di rigore.

A mille miglia di distanza, in quella sera di maggio, ci sono io, sul divano di casa mia con gli occhi incollati al televisore. La malattia del pallone non era ancora entrata nella sua fase cronica, ma il virus era sulla buona strada. L'avanzamento allo stadio finale del contagio incontrava alcuni ostacoli, in quegli anni. Innanzitutto, in casa mia non c'era la pay tv. Potevo ascoltare le radiocronache, potevo seguire le partite su qualche squallida rete locale, ma non era la stessa cosa. Avrei potuto uscire per guardare le partite in qualche bar o in qualche birreria, ma il fatto che non avessi ancora compiuto dodici anni complicava le cose, e non di poco. I miei contatti con il favoloso mondo del pallone, quel mondo che mi aveva stregato alcuni anni prima, incontravano così qualche difficoltà. Non mi perdevo una partita di quelle trasmesse in chiaro: allora, come oggi, erano però davvero poche. A raccontarmi il calcio erano così Fabio Fazio e tutta la banda di "Quelli che il calcio..." la domenica pomeriggio, accompagnati dalle mitiche, quasi mistiche voci di "Tutto il calcio minuto per minuto". Quello delle 18.10 di ogni domenica con "90° Minuto" era un appuntamento fisso, ma non mi bastava: va bene, c'erano tutti i gol, ma vuoi mettere vedere le partite intere? Avevo fame di calcio, mi interessava conoscere ogni singolo dettaglio di quel mondo affascinante.

Ovviamente, nonostante tutto questo, avevo già sentito parlare di Gattuso, che nel 2003 era già un punto fermo del Milan e della nazionale azzurra. Difficile ammirarne le gesta a "90° Minuto", dato lo scarso feeling di Rino con il gol. Leggevo della sua grinta e della sua carica agonistica nelle pagelle e negli articoli degli inviati de "La Stampa", che mio padre comprava puntualmente ogni giorno, ma sapevo poco altro. Fino a quella sera del 28 maggio 2003 non scoprii mai chi era veramente Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro.

Lo scoprii con quella corsa a perdifiato, con quel folle pressing solitario al minuto numero 120 di una finale di Champions League. Decisi che Gennaro Gattuso era il mio giocatore preferito. C'è chi si innamora calcisticamente di un giocatore per un gol, per una parata, o ancora per un assist, un dribbling o un gioco di prestigio. Io decisi che Gattuso era il mio giocatore preferito per quella folle corsa di cento metri sul prato dell'Old Trafford. Sarò strano, penserete, e forse non avete tutti i torti, ma tant'è.

Fino a quella sera, devo essere sincero, anch'io ero stato come tutti gli altri. La mia attenzione era rapita dai gol, dalle giocate spettacolari, dai fuoriclasse nel senso che convenzionalmente viene attribuito alla parola. Beckham, Raùl e Ronaldo erano i prototipi di giocatore che ammiravo, tanto per rendere l'idea. Ma non fu più così, dopo quella sera. Con quella folle ed inspiegabile corsa Gattuso mi insegnò il valore e l'importanza della volontà. Decisi di informarmi su quel ragazzo calabrese: scoprii che a nemmeno vent'anni aveva lasciato la sua terra per andare in Scozia, ai Rangers di Glasgow, per inseguire il sogno di fare il calciatore. Avevo undici anni, le logiche del calciomercato e dei milioni ancora mi sfuggivano: per me Gattuso era un ragazzo che pur di coltivare un sogno aveva lasciato tutto per andare a più di mille miglia di distanza, da solo in un altro mondo. Lo ammiravo per questo. Mi insegnò che anche chi non è baciato da Eupalla, la divinità del pallone uscita dalla penna di Gianni Brera, può salire sul tetto d'Europa e del Mondo, che anche chi non è nato con la camicia può sedersi al tavolo dei grandi, anzi può mettere addirittura paura ai grandi. Facile diventare campione d'Europa e del Mondo se il Signore ti ha donato due piedi vellutati: un po' più difficile se ti ha dato quelli di Rino Gattuso. E' lì che ci vuole la vera volontà. Rino mi insegnò che sì, il gol è l'essenza del calcio, ma anche un uomo che pressa in solitaria l'intera squadra avversaria al 120' di una finale di Champions League può riuscire ad esaltare. Mi insegnò che il calcio non è solo dribbling e colpi ad effetto, ma anche contrasti, scivolate, sudore.

Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro mi insegnò che cos'è la grinta. Non che prima non conoscessi il significato letterale dalla parola, ma mai prima di quella sera ne vidi una simile espressione. D'altronde, quando giocavo a pallone, i miei allenatori mi parlavano di tecnica, di tattica, di movimenti. Nessuno mi aveva mai parlato di grinta, nessuno aveva mai provato ad insegnarmela, Poi, col passare del tempo, riuscì a comprendere il perchè. Nessuno aveva mai provato ad insegnarmi che cos'è la grinta, semplicemente perchè la grinta non si insegna, nè si impara. La tecnica si affina, i movimenti si memorizzano, allenamento dopo allenamento, ma la grinta no. La grinta o ce l'hai o non ce l'hai. Se non ce l'hai dentro, nessuno potrà mai inculcartela, sia esso Ferguson, Mourinho o Ancelotti. E questo mi affascinava terribilmente.



Gennaro Ivan Gattuso diventò il mio giocatore preferito la sera del 28 maggio 2003.
Lo è ancora oggi, anche se ormai non gioca più, anche se ha indossato la camicia e messo su qualche chilo. E' ancora il mio giocatore preferito, è ancora l'uomo che mi ha insegnato che con la volontà e con la grinta si possono raggiungere traguardi impensabili.

La finale playoff tra Pisa e Foggia è stata caratterizzata da fiumi di polemiche. Ma io non voglio fare commenti: per me il Pisa in serie B è semplicemente la vittoria di Gennaro Ivan Gattuso. E quando Gattuso vince, sebbene il mio cuore non abbia mai battuto per il Milan, io sorrido e sono felice per lui.

Rino mi ha insegnato che tutto, o quasi, si può imparare, tutto si può comprare.
Ma la grinta, quella proprio no.

E quando qualcuno pronuncia la parola "grinta", ancora oggi, la mia mente plagiata dal pallone corre a quella folle corsa sul prato dell'Old Trafford, una sera di maggio di tredici anni fa.

P.s.: Gattuso, quella palla, al termine di quel folle pressing, non la recuperò. Ma noi romantici siamo così: il risultato, a volte, non è la cosa più importante.

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