martedì 7 giugno 2016

Ventura, l'uomo giusto al posto giusto



Sarà Giampiero Ventura il successore di Antonio Conte sulla panchina della nazionale azzurra. Una scelta per certi versi in controtendenza rispetto ai Ct che lo hanno preceduto. Ventura, infatti, non ha il plamarès di Sacchi o di Lippi, e nemmeno un passato glorioso come calciatore, come Conte o Donadoni. Ma lui, il tecnico genovese reduce da cinque anni alla guida del Toro, per l'Italia può essere l'uomo giusto al posto giusto: l'allenatore ideale per svecchiare la nazionale. Avete capito bene, Giampiero Ventura, nato il 14 gennaio 1948, 68 anni appena compiuti, può essere il nome giusto per dare una ventata di freschezza al nostro calcio.


Giampiero Ventura, come abbiamo detto, non è mai stato un grande calciatore. Le giovanili alla Sampdoria, senza mai trovare la soddisfazione dell'esordio in prima squadra, poi tanta serie D. Il giovane Giampiero, che nella sua “prima vita” calcistica fa il centrocampista, gioca per una stagione nella Sestrese, prima di trasferirsi a Enna e rimanerci per quattro anni, dal '70 al '74. Ma il richiamo della sua Liguria è troppo forte, così, proprio nel '74, Ventura si riavvicina a casa, alla Sanremese. Nel '76 l'ultima avventura con gli scarpini bullonati ai piedi: due stagioni alla Novese, poi, nel '78, Ventura dice “basta”, dando inizio alla sua “seconda vita” calcistica. Gli inizi sono nella squadra del cuore, la Sampdoria, dove Ventura prima guida le giovanili, poi ricopre il ruolo di vice allenatore in prima squadra. Poi un lungo, lunghissimo peregrinare in giro per l'Italia, iniziato nel 1980. Ventura gira lo stivale in lungo in largo, da nord a sud e da est a ovest: dall'Albenga al Giarre, dalla Pistoiese allo Spezia, passando per Venezia e Lecce. Fino ai primi anni '90, però, la carriera del Ventura allenatore sembra ripercorrere le orme di quella del Ventura giocatore: tanta serie D, qualche puntata in C, pochi squilli. Una carriera come tante, insomma. Qualcuno potrebbe quasi definirla anonima.

La svolta arriva a Lecce: dal '95 al '97 Ventura ottiene due promozioni consecutive portando i pugliesi dalla C1 alla serie A. L'Italia conosce Ventura, il quale alla soglia dei 50 anni respira per la prima volta l'aria della massima serie. Arriva tardi, il ligure, ma si capisce che non è un allenatore qualunque: ha idee chiare, idee che porta avanti contro tutto e tutti, con le parole e con i fatti. Per lui, l'idea di calcio che le sue squadre devono proporre viene prima di tutto, anche del risultato. E forse proprio questa cocciutaggine, a volte, ha limitato l'ascesa di Ventura in un calcio dove il risultato è tanto, quasi tutto. La carriera del tecnico ligure prosegue tra alti e bassi, senza particolari picchi: Cagliari, Sampdoria, Udinese, Napoli, Messina e Verona le sue squadre fino al 2007. Ma il meglio deve ancora venire.



Nella stagione 2007-2008 Ventura è alla guida del Pisa in serie B: i nerazzurri propongono un 4-2-4 spettacolare, Cerci e Castillo, in campo, fanno impazzire le difese di mezza Italia. Non basterà per raggiungere la massima serie, solo sfiorata, ma la stagione dei toscani non passerà inosservata. Per Ventura, infatti, a distanza di poco più di un anno arriva la chiamata del Bari, in serie A. Con i Galletti, Ventura si guadagnerà l'appellativo di “Mister Libidine”: “Alleno per libidine”, afferma un giorno il ligure durante una conferenza stampa. Poche parole che la dicono lunga sulla filosofia e sul modo di intendere il calcio del neo Ct azzurro. Il risultato è una conseguenza, non l'obiettivo primario. La squadra non deve mai rinunciare a proporre il proprio gioco: il risultato, poi, verrà da sé.



E il suo Bari è davvero da libidine: 50 punti nel 2009-2010, record nella storia dei pugliesi in serie A. L'anno dopo arriveranno le dimissioni, il Bari retrocederà, ma l'importantissima pagina di storia scritta da Ventura con i biancorossi, quella rimarrà. 



Arriviamo quindi all'ultimo capitolo della carriera del tecnico ligure, probabilmente il più importante. Ventura si accorda con il Torino nel 2011. Ci rimarrà per cinque anni: cinque anni indimenticabili per Ventura stesso, ma anche per la società e per i tifosi granata. La promozione in A, il ritorno in Europa, il titolo di capocannoniere per Immobile, che a Torino mancava dai tempi di Pulici e Graziani, serate storiche come quella di Bilbao, la fine del digiuno nel derby con la Juventus, che durava da quasi vent'anni, tantissimi giovani lanciati nel “calcio che conta”.

Proprio quest'ultimo aspetto ci riporta all'inizio del pezzo. La capacità di Ventura di lanciare i giovani. Citiamo solamente i più recenti: Andrea Ranocchia, Leonardo Bonucci, Angelo Ogbonna, Alessio Cerci, Ciro Immobile, Matteo Darmian, Bruno Peres, Nikola Maksimovic. Giocatori affermati, tutti con un fattore in comune, quello di aver conosciuto con Giampiero Ventura la loro esplosione. Qualcuno, vedi Ranocchia, vedi Cerci, una volta salutato il neo Ct azzurro ha conosciuto tremende involuzioni, testimonianza ulteriore della straordinaria capacità di Ventura di trarre il meglio dai propri giocatori.



Soprattutto per questo motivo vien da dire che sì, Giampiero Ventura è il tecnico giusto, al posto giusto e nel momento giusto. Qualcuno solleva perplessità sul suo curriculum internazionale, sulla sua inesperienza nel gestire i campioni. Ma, fatta eccezione per il totem Buffon e per pochi altri, è difficile che Ventura si ritroverà a dover gestire dei veri fuoriclasse, durante la sua esperienza alla guida dell'Italia: sconfortante da dire per una nazione che un tempo sfornava “top players” a ripetizione, ma tant'è. Per l'Italia sono anni di ricostruzione, l'eccessiva gratitudine verso la generazione degli “eroi” del 2006 ha lasciato macerie, vedi le ultime due esperienze mondiali, intervallate dall'illusorio Europeo del 2012. I campioni del passato hanno ormai imboccato il viale del tramonto, lasciandoci orfani di eredi veri e propri. Se i campioni non ci sono, allora bisognerà plasmarli, spremendo il meglio dal materiale umano a disposizione. La penuria tecnica della nostra odierna nazionale ci costringe a puntare sui giovani: in questo, Ventura è un maestro, e i suoi ultimi dieci anni di carriera sono lì a dimostrarlo. Sono stati anni confusi, quelli appena trascorsi, per il pallone italiano. Servono idee chiare e il coraggio di metterle in pratica. Anche in questo, non poteva esserci scelta migliore: Ventura ha spesso diviso le piazze in cui ha allenato proprio per questo motivo. Crede, crede fermamente, al limite della testardaggine, nelle proprie idee. Anche quando i risultati tardano a dargli ragione, anche quando i tifosi invocano a gran voce un cambio di modulo o l'impiego di giocatori diversi, Ventura continua per la sua strada. E alla lunga, molto spesso, ha ragione lui. Dicevano che Cerci non si sarebbe mai adattato al 3-5-2, dicevano che Darmian era inadatto alla serie A, dicevano che Immobile non si sarebbe più ripetuto dopo l'exploit di Pescara. Come sono andate le cose, poi, lo sanno tutti. Ventura non è stato a sentire, ma ha insistito sulle proprie idee. Ed ha vinto.


Non ha vinto tutto come Lippi, non ha rivoluzionato il mondo del pallone come Sacchi, ma Ventura, a modo suo, è un degno erede dei Ct del passato. Grandi, grandissimi allenatori, negli ultimi anni, hanno ammesso di studiare schemi e metodi di allenamento di Ventura: lo ha fatto Ancelotti, lo ha fatto Guardiola, lo ha fatto lo stesso Conte. Vi bastano come sponsor? Ventura è il Ct giusto, al momento giusto.

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