martedì 28 marzo 2017

Arbitri e violenza: un calcio malato



La violenza contro gli arbitri: una piaga vera e propria che, ogni anno di più, avvelena il mondo del calcio dilettantistico e giovanile, una problematica che è di casa sui campi di ogni regione italiana: nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può ritenersi lontano da questo cancro. I dati dell'Osservatorio dell'AIA parlano di un aumento vertiginoso degli episodi di violenza sui campi italiani (dai 375 del 2013-2014 ai 681 del 2015-2016): il problema c'è ed è quanto mai tangibile, lo testimoniano, oltre ai numeri diffusi dall'AIA, i comunicati ufficiali emanati ogni sette giorni dalla Lega Nazionale Dilettanti, in cui, alla voce “Giudice Sportivo”, ci si imbatte quasi settimanalmente in episodi di violenza – nel migliore dei casi “solo” verbale – contro i direttori di gara. Dopo aver appurato che la problematica c'è ed è concreta, proviamo ad approfondire, ad addentrarci tra le pieghe del problema. 


Abbiamo provato ad affrontare il tema con qualcuno che il mondo degli arbitri lo conosce molto da vicino: è Luca Marelli, ex direttore di gara della sezione di Como. Un arbitro “vero”, un arbitro che vanta quindici presenze in Serie A collezionate tra il 2005 e il 2009. Con lui abbiamo provato ad analizzare cause, conseguenze e possibili soluzioni per quello che non esitiamo a definire un vero e proprio cancro del nostro calcio: “Il problema (enorme) della violenza è sempre stato al centro del dibattito interno dell’AIA ma, purtroppo, non sono state trovate misure tali da arginare il fenomeno. - spiega Marelli - Si tratta, ovviamente, del retaggio di una cultura sportiva ancora molto arretrata che identifica la causa delle proprie sconfitte nella figura dell’arbitro”. Il “grande calcio”, quello chi usiamo chiamare “calcio che conta”, in questo senso non aiuta: “Inutile evidenziare che le polemiche del massimo campionato influenzino e non poco i comportamenti nei campi periferici, che possiamo identificare dalla Serie D in giù. Il motivo è presto detto: dalla Serie D in poi il servizio d’ordine è sempre presente e, davanti alla forza pubblica, anche i più facinorosi si “limitano” all’insulto senza passare alle vie di fatto. Diverso il discorso per quanto riguarda le categorie dilettantistiche e giovanili: è chiaro che la presenza delle forze dell’ordine, in tutte le migliaia di gare programmate ogni fine settimana, sia impossibile. Ciò porta alcuni delinquenti (perché tali sono al di là di definizioni più o meno strumentali) a pensare di essere impunibili, di poter sfogare le proprie frustrazioni usando la violenza contro ragazzi spesso giovanissimi che altra colpa non hanno se non quella di consentire la disputa dei vari campionati”. E' così che per molte persone i campi di provincia diventano “zone franche”, in cui tutto è consentito: al contrario, le centinaia di telecamere che circondano i campi del panorama professionistico, spesso, fungono da deterrente, inducendo i più violenti a desistere dai loro intenti. Telecamere che spariscono, però, sui campi dei dilettanti e dei giovani: ed è qui, su questi campi, che il fenomeno della violenza contro gli arbitri si scatena. 

Luca Marelli

“Le ragioni le individuo in tre grandi aree. – prosegue Marelli - Mancanza assoluta di cultura sportiva, il cui corollario è l’incapacità di accettare un risultato non in linea con le aspettative: eccesso di polemiche, sia in video che sulla carta stampata. L’oggetto di tali polemiche, in 99 casi su 100, è rappresentata dalla prestazione del l ’arbitro, spesso massacrato anche in presenza di episodi al limite ma ben giudicati. La strumentalizzazione finalizzata all’audience/vendita di copie porta il grande pubblico ad individuare nell’arbitro il solo colpevole per un esito sgradito; infine le condanne sportive non sono adeguate”. Ed è (anche) per questi motivi, secondo l'ex fischietto comasco, che gli episodi di violenza si moltiplicano sui campi italiani. Episodi cui, secondo Marelli, troppo spesso non viene dato il giusto rilievo: “Quando ho iniziato ad arbitrare ('94) internet non esisteva. Nell’era della comunicazione di massa, questi episodi stanno acquisendo una visibilità che prima non avevano. Una visibilità che però, purtroppo, rimane confinata al web, a quei pochi che, nel silenzio dell’informazione, riportano settimanalmente gli episodi di violenza,molto spesso sconosciuti e ricostruiti grazie ai comunicati dei vari Giudici Sportivi territoriali. - spiega Marelli - A livello di informazione di massa non è cambiato nulla: l’argomento non veniva trattato allora e non viene trattato nemmeno oggi. Perché questo atteggiamento? La risposta è scontata quanto scomoda: non interessano. E’molto più trainante discutere per settimane per un rigore assegnato ingiustamente o non fischiato che riportare le violenze che, ogni domenica, si registrano in tutta Italia. Ripeto: in tutta Italia. Non si tratta di un fenomeno regionalizzato o localizzato. Questo schifoso malcostume si concretizza ovunque, dalla Lombardia alla Sicilia, con una frequenza tale da diventare quasi un’abitudine, la normalità”.

Cosa si può fare, quindi, per combattere ed arginare concretamente un fenomeno, quello della violenza contro gli arbitri, che accomuna tristemente tutte le regioni dell'Italia del pallone? “Dobbiamo dividere le competenze. - prosegue l'ex arbitro comasco - Da una parte la federazione deve intervenire profondamente sul codice di giustizia sportiva, aumentando sostanzialmente le pene sportive. E’ assurdo, per esempio, che un calciatore resosi colpevole di aggressione con calci e pugni possa cavarsela con un anno o due di squalifica. Vogliamo concedere una seconda possibilità ad un calciatore che ha commesso un reato (perché di questo si tratta)? Va bene, sono d’accordo, d’altronde viviamo in un paese civile che si basa su un codice penale che ha come obiettivo il recupero del reo e non la condanna pura e semplice. Ma ciò non dev’essere un alibi: un calciatore (od un allenatore, od un dirigente) che si renda colpevole di atti violenti ha il diritto di poter rientrare ma dopo un periodo che deve essere almeno di 5 anni, eventualmente con segnalazione obbligatoria alle autorità competenti per un DASPO di uguale durata. Al secondo episodio, ovviamente, radiazione immediata, senza alcuna possibilità di rientrare in un mondo che, evidentemente, deve escludere persone abitualmente dedite ad episodi violenti”. Un ruolo importante, nella lotta a questa piaga che il pallone italiano si porta dietro, lo dovrebbe avere secondo Marelli la stessa Associazione Italiana Arbitri: “Dall’altra parte l’AIA deve smetterla di limitarsi alle minacce, - commenta l'ex arbitro – agli slogan ed alle prese di posizione formali: l’AIA deve agire. Prima o poi il presidente dovrà avere il coraggio di fermare per una settimana o due tutti i campionati, serie A compresa, per dare un segnale forte a difesa di centinaia di ragazzi che ogni anno vengono aggrediti e picchiati. Il tutto nel totale silenzio. Pensate ad una settimana o due senza alcuna competizione calcistica inItalia dovuta ad uno sciopero degli arbitri: potete immaginare un modo migliore per sensibilizzare il mondo del calcio? Oppure dobbiamo aspettare il morto?”. Un'associazione, l'AIA, che secondo Marelli non ha fatto e non fa abbastanza per tutelare i suoi ragazzi sparsi per lo Stivale, in un panorama, quello dell'informazione italiana, che molto spesso contribuisce ad alimentare l'ostilità di giocatori, dirigenti e tifosi nei confronti dei fischietti: “E posso dirlo con cognizione di causa, avendo partecipato personalmente a molte trasmissioni su varie televisioni locali e nazionali. Non ho mai perso occasione di parlare del problema violenza ma è paradossale che un ex arbitro, cordialmente detestato da alcuni dirigenti dell’AIA, debba essere la voce di centinaia di arbitri picchiati da delinquenti. Lo dico chiaramente: farei volentieri silenzio in merito se l’AIA agisse in modo differente, sarei felicissimo se l’associazione si muovesse ufficialmente”.


Una delle conseguenze principali del dilagare questo fenomeno è la sempre maggiore difficoltà, per le sezioni locali dell'AIA, di reclutare nuovi arbitri: inevitabile, in un quadro in cui ogni arbitro, ogni fine settimana, corre il rischio concreto di essere aggredito, offeso e minacciato dagli scalmanati di turno. Che cosa direbbe un ex arbitro di Serie A come Marelli, uno che ha raggiunto i massimi livelli cui una “giacchetta nera” può aspirare, ad un giovane intenzionato ad impugnare il fischietto per intraprendere la carriera da direttore di gara? “Non ho alcuna intenzione di minimizzare il problema (che è stato, è e rimane enorme) ma l’attività arbitrale non si limita alla fortuna di evitare un’aggressione. Per quanto non abbia mai nascosto la personale antipatia per Collina, voglio ricordare una sua frase, che faccio mia: non sono mai stato aggredito, non ho mai nemmeno rischiato di essere aggredito. Ciò non significa che fossi più bravo degli altri, semplicemente sono stato più fortunato. Questo concetto per far passare un messaggio importante: essere arbitro è un mezzo, non un fine. Essere arbitro è un mezzo per crescere,maturare, implementare le proprie qualità umane. Se, poi, un ragazzo potesse scendere in campo con la certezza di non rischiare pugni e calci da parte di qualche delinquente, state certi che gli associati sarebbero molti di più. Perché è inutile negarlo: tanti ragazzi vorrebbero provare l’esperienza ma vengono “bloccati” dai genitori. Genitori che, fondamentalmente, capisco: non è certo facile vivere con la preoccupazione che una gara si trasformi in un momento di violenza. Perché dico ciò? Perché ho avuto (ed ho) due genitori straordinari che mi hanno sempre spronato a vivere le esperienza di vita ma che, nello stesso tempo, hanno passato intere giornate nell’attesa della telefonata post partita, col terrore che potesse accadere qualcosa. Arbitrare è una scuola di vita. Ma è venuto il momento che i ragazzi vengano tutelati. E non per finta”. 

Chiusura, quella di Marelli, che fotografa alla perfezione quella che è la realtà attuale del nostro calcio: una realtà in cui un ragazzo che decide di impugnare il fischietto deve mettere in conto, ogni domenica, il rischio di essere aggredito, una realtà in cui un campo di calcio, ogni domenica, è potenzialmente il teatro di un pestaggio. E chissà quanti genitori, come quelli dell'ex fischietto comasco, attendono ogni domenica quella telefonata post-partita da parte dei propri figli, giovani arbitri, con l'ansia che possa essere successo qualcosa. Basta questo per capire che il nostro calcio ha un problema.


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