mercoledì 10 maggio 2017

Maradona, il più forte dopo El Goyo


Villa Fiorito, barrio posto nella periferia sud di Buenos Aires, non è esattamente il migliore dei luoghi dove vivere. Anzi, si potrebbe proprio dire che, se proprio non ci son di mezzo cause di forza maggiore, è decisamente consigliabile tenersi alla larga da quel quartiere: strade dissestate, baracche a perdita d'occhio, la malavita e i trafficanti d'armi a dettare legge. Se qualche temerario, all'alba degli anni Settanta, avesse però trovato il coraggio di fare quattro passi in quell'angolo di mondo dimenticato da Dio, avrebbe avuto buone probabilità di imbattersi, in uno dei campetti polverosi che si trovano in ogni periferia di ogni città di ogni nazione colonizzata dal calcio, in una squadra di ragazzini che, in quegli anni, fece molto parlare di sé nella capitale argentina. “Los Cebollitas”, si facevano chiamare: “le cipolline”, nome che di certo non potrebbe incutere timore in alcun avversario. Poco male, quella era in realtà una selezione giovanile dipendente dall'Argentinos Juniors, una squadra che non badava alle apparenze, quello era un gruppo di ragazzini che preferiva che a parlare fosse il campo, e il campo, nel 1973, raccontò di una squadra capace di vincere 136 partite una in fila all'altra, conquistando due campionati più un torneo di calcio giovanile intitolato a Evita Peròn.


Una squadra, quella delle Cebollitas, nata dall'idea di Francisco Cornejo, allenatore delle giovanili dell'Argentinos Juniors che un bel giorno decise di mettere insieme una formazione di ragazzini di Villa Fiorito: un modo come un altro per toglierli dalla strada, quei ragazzini, per provare ad indicare loro una strada migliore rispetto a quello che il barrio, quasi inevitabilmente, avrebbe riservato loro. Iniziò così la ricerca battendo le strade, i campetti, i cortili, riuscendo così a mettere insieme un buon numero di ragazzi del '60: così nacquero le “cipolline” che avrebbero stupito Buenos Aires. La due stelline più splendenti di una squadra che, come abbiamo visto, macinava vittorie su vittorie, erano Diego e Gregorio, due ragazzini piccoli, magri, cui Madre Natura aveva regalato un talento fuori dal comune per il calcio: forse una ricompensa per quel destino infame, quello che aveva scelto per loro Villa Fiorito come luogo dove nascere e crescere. In un primo momento, in realtà, Cornejo aveva individuato solamente Gregorio: tutti, nel barrio, gli parlavano di quel ragazzino fenomenale col pallone tra i piedi. Se davvero “don Francisco” voleva mettere su una squadra di ragazzini del '60 nati a Villa Fiorito, Gregorio avrebbe dovuto farne parte senza se e senza ma. Era stato poi lui, lo stesso Gregorio, a chiedere a Cornejo il permesso di aggregare un altro ragazzo del barrio: “Posso portare anche Diego? E' un ragazzo che spacca” aveva domandato Gregorio, ed ecco che in un attimo era nata la coppia più strabiliante della storia del calcio giovanile argentino.

Dribbling, numeri, tocchi di classe. E gol, tanti, tantissimi gol. Gregorio e Diego, Diego e Gregorio, inseparabili anche fuori dal campo, trascinano le Cebollitas e stupiscono gli osservatori delle “big” del calcio argentino, tra i quali l'opinione è pressochè unanime: il loro futuro sarà sui campi da calcio, e sarà ad altissimi livelli. Osservatori che però avranno ragione solamente a metà. Sì perchè Diego è Diego Armando Maradona, per molti il più grande, Gregorio è invece Gregorio Carrizo, un nome che a tanti - quasi tutti – non dice assolutamente nulla. Eppure, ancora oggi, nel barrio di Villa Fiorito, c'è chi è pronto a giurare che Carrizo era ancor più bravo di Maradona, più bravo di quel giocatore che per tanti è una semi-divinità, più che un semplice calciatore. Gregorio è nato il 21 ottobre del 1960, 9 giorni prima di Diego, insieme crescono tra i vicoli del barrio, insieme tirano i primi calci al pallone, insieme alzano le prime coppe: fratelli, più che semplici amici. Destini che sembrano paralleli in tutto e per tutto, quelli di Diego e Gregorio, destini che però, nel 1978, si dividono per non reincontrarsi mai più.


E dato che l'amore racchiude in sé, allo stesso tempo, gioia infinita e sofferenza profonda, a tradire Gregorio è proprio ciò che lui, da sempre, ama di più: il dribbling. Quando il salto in prima squadra per lui sembra imminente, Gregorio, nel cercare di saltare un avversario, crolla a terra: il ginocchio ha ceduto, il “crac” sinistro irradiatosi dall'articolazione non lascia presagire nulla di buono. E nulla di buono sarà: Gregorio s'è rotto tutto, dal menisco ai legamenti. Mentre Diego esordisce in prima squadra con l'Argentinos e spicca il volo verso l'Olimpo dei più grandi della storia del calcio, Gregorio vede infrangersi insieme al suo ginocchio tutti i sogni di gloria, i sogni di un futuro migliore, quel futuro che Villa Fiorito non gli può garantire. “El Goyo” - così veniva chiamato nel barrio – capisce all'istante che quel futuro da campione che tutti avevano predetto per lui non arriverà mai. Lo capisce, probabilmente cerca di negarlo a sé stesso e agli altri, ma lo capisce: è finita. Lui lo sa, nel profondo del suo essere, lo sa che nulla sarà più come prima. Gregorio, infatti, si arrende all'istante. Il suo è un infortunio grave, ma dal quale si può provare a recuperare. Ma lui, “El Goyo”, si scopre fragile: serve una riabilitazione di sei mesi, lui molla dopo appena venti giorni. Baciato da un talento fuori dalla norma, sul campo non aveva mai avuto bisogno di lottare, tanto facile gli riusciva ogni cosa, col pallone tra i piedi. Ora però c'era da stringere i pugni e rispondere colpo su colpo alle botte inferte dal destino. Eppure Diego, il suo amico Diego, che nel frattempo sta bruciando le tappe verso un futuro da semi-divinità, si offre di pagargli le cure.

Ma paradossalmente è proprio lui, Diego Armando Maradona, il più grande nemico di Gregorio. Diego suo fratello, Diego il suo compagno di squadra da una vita, Diego che gli ha fornito centinaia, forse migliaia di assist. Diego che ora ha l'Argentina ai suoi piedi (o al suo piede, il sinistro), mentre Gregorio a malapena riesce a camminare dopo quel maledetto crac. E' Diego, o meglio, il confronto continuo con Diego, ad affossare ancor di più Gregorio. Avevano camminato insieme per una vita, avevano vinto insieme sui campi polverosi delle periferie di Buenos Aires, insieme avevano sognato un futuro migliore, lontano dal barrio, insieme avrebbero dovuto conquistare l'Argentina, e poi il mondo, tirando calci ad un pallone. Poi quel dribbling finito male, quel ginocchio che non risponde, che cede, che va in frantumi. E le strade che si dividono, con Diego che imbocca quella che porta al Paradiso, con Gregorio che viene sputato all'inferno. Senza troppa grinta, senza troppa determinazione, perchè quelle sono andate distrutte insieme al suo ginocchio, “El Goyo” prova a tornare, ma è un ritorno triste. Colui che per molti era più forte di Maradona non è che la controfigura del sé stesso che fu, ma soprattutto di quel che avrebbe dovuto essere. Un lungo peregrinare su campi periferici, sempre più giù, di città in città, di categoria in categoria: Dock Sud, All Boys, Independiente Rivadavia, Talleres di Medonza, Barracas Central. Ma su ogni campo in cui Gregorio è di scena, alle sue spalle c'è lo spettro di Diego, lo spettro di quel futuro che avrebbe dovuto essere e che invece non è stato. Da lui, che in tanti ancora riconoscono come colui che “era più forte di Maradona”, tutti si aspettano sempre qualcosa in più. Lui per primo vorrebbe da sé stesso qual qualcosa in più, abituato com'era stato, prima dell'infortunio, a immaginarsi davanti agli occhi un futuro da centravanti della Selecciòn. Non la vestirà mai, l'Albiceleste. Gregorio smette con il calcio mentre quello che era stato suo fratello, lui sì con la maglietta dell'Argentina sulla pelle, alza la Coppa del Mondo. Diego è partito alla conquista del mondo, Gregorio, per tanti il più bravo tra i due, rimane ancorato al suo destino, condannato a rimanere per sempre intrappolato nel barrio di Villa Fiorito.


E a Villa Fiorito, Gregorio, vive ancora oggi, insieme alla moglie e ai sei figli. Dal giorno di quell'infortunio, quello in cui due vite fino ad allora parallele separarono le loro strade per non unirle mai più, sono passati quasi 40 anni. Diego è diventato il Pibe de Oro, Gregorio è rimasto tra le sue strade, tra i suoi vicoli, quelli dove le Cebollitas, all'inizio degli anni Settanta, imperversavano (e vincevano). Quarant'anni in cui Gregorio ha dovuto arrangiarsi facendo un po' di tutto, dall'attacchino al muratore, passando per il venditore ambulante e, ovviamente, l'osservatore calcistico: perchè l'amore per il pallone, quello no, non è andato in frantumi insieme al suo ginocchio. Non sono stati quarant'anni facili, per “El Goyo”. Ci sono state sere in cui il peso di quel fallimento, di quel “fracaso”, era quasi insostenibile, ci sono state sere in cui il pensiero di ciò che avrebbe potuto essere la sua vita senza quell'infortunio faceva scoppiare la testa. Sere in cui essere cresciuto insieme al più grande di tutti non era un onore, ma una condanna. E poi la miseria, che è brutta per tutti, ma se arriva all'improvviso, dopo che tutti hanno disegnato per te un futuro da star e tu ci hai creduto, è ancor più terribile, specie se hai sei bocche da sfamare. E ancora tutte quelle persone che ti riconoscono, e ti chiedono di Diego, e non fanno altro che ricordarti quel che vorresti cancellare, quel destino da campione che per te non è arrivato mai. Farla finita, in quelle sere, sembra l'unica via d'uscita, l'unico antidoto contro il dolore che ti avvelena l'esistenza.

Ma Gregorio, stavolta sì, trova la forza per vincere la lotta. E oggi è ancora lì, tra i vicoli di Villa Fiorito, a raccontare delle Cebollitas, di quella squadra che non perdeva mai, di quegli anni meravigliosi in cui mezza Buenos Aires parlava di lui. E di Diego. Parla anche di Diego, “El Goyo”. Si sono rivisti raramente, loro due che un tempo erano stati fratelli, in questi quarant'anni. Si dice che Diego non si sia dimenticato di Gregorio, si dice che gli abbia anche offerto un aiuto economico, un posto dove andare a vivere insieme alla famiglia. Si dice però che Gregorio, orgoglioso com'era e com'è, abbia rifiutato. Di certo lui non ha dimenticato Diego. E proprio come il Pibe, Diego Armando, Gregorio ha chiamato uno dei suoi figli: è nato nel 1999, negli istanti in cui l'ex numero 10 delle Cebollitas lottava per la vita dopo un'overdose. Perchè sì, Maradona è stato per “El Goyo” una condanna perenne, un fantasma che ha accompagnato la sua esistenza, ma Diego, quel Diego compagno di anni felici, è stato suo fratello. E i fratelli non si dimenticano. Nemmeno se arrivano in cima al mondo, mentre tu sei rimasto tra le strade e i vicoli del barrio.

La vita di Gregorio Carrizo è raccontata in un emozionante docu-film, “El Otro Maradona”, curato dai registi Ezequiel Luka e Gabriel Amiel, una pellicola che in Sud America ha fatto incetta di premi. In questo lungometraggio Maradona non compare mai. Come un fantasma, quello spettro che ha accompagnato Gregorio ogni giorno, dal 1978 ad oggi. Quello spettro che di tanto in tanto lo tormentava sussurrandogli all'orecchio parole che suonavano più o meno così: “Eri tu il più bravo”.


E se oggi trovaste il coraggio di addentrarvi nel cuore del barrio di Villa Fiorito, potreste trovarle davvero persone disposte a raccontarvi della meravigliosa storia delle Cebollitas. Di quando Diego non era il più forte di tutti. Era solo il più forte dopo Carrizo.

[A.D.] - www.liberopallone.blogspot.it - Riproduzione riservata

FONTI
1- http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/04/22/news/il_gemello_di_maradona_piu_bravo_e_sfortunato_-138230373/
2- http://www.elotromaradona.com.ar/es.html
3- Locos por el Futbol - Carlo Pizzigoni - Sperling & Kupfer
4-http://www.elequipo-deportea.com/futbol/159/goyo--el-hombre-que-vivio-a-la-sombra-de-maradona.html

FOTO
1 - www.tribunahispanausa.com
2,3  - www.repubblica.it