martedì 23 maggio 2017

Odd Frantzen, l'operaio che umiliò Hitler


Quando il pomeriggio del 7 agosto del 1936 Adolf Hitler si accomodò sulle tribune di uno stadio Olimpico di Berlino vestito a festa per la rassegna olimpica che avrebbe dovuto mostrare al mondo la magnificenza del Reich, probabilmente pensava ad una normale uscita di propaganda. Il Fuhrer non aveva mai assistito, prima di quel giorno, ad una partita di calcio, ma dalle stanze dei bottoni avevano suggerito che era giunto il momento di raccogliere consensi anche tra gli adepti di quella fede che anche in Germania aveva raggiunto impressionanti picchi di popolarità. Questo, e nulla più, era il calcio per Hitler: un mezzo come un altro per giungere al suo fine, ossia l'allargamento dei consensi nei confronti del Reich. Una Germania nazista che negli ottavi di finale aveva comodamente strapazzato il Lussemburgo, sommerso da nove reti, e che prometteva di concedere il bis contro una Norvegia che appariva come un manipolo di sconosciuti dilettanti, o poco più. Quale occasione migliore, se non quella di un trionfo annunciato, per salutare l'ingresso di Adolf Hitler nel mondo del pallone?


Non mancava nessuno, quel pomeriggio, sulle tribune dell'impianto berlinese. C'erano Goring, Goebbels, Hess, e tanti altri gerarchi del Reich: nessuno aveva voluto mancare, tanto era data per scontata la vittoria. Di fronte quel manipolo di dilettanti venuto dalla Scandinavia, che aveva eliminato la Turchia negli ottavi, ma che ora si preparava a recitare la parte dell'agnello sacrificale contro la grande potenza della squadra ospitante. Non poteva prevedere, Adolf Hitler, che le cose sarebbero andate in maniera decisamente diversa. Lui, che pochi giorni prima, il 4 agosto, era stato per certi versi umiliato insieme alle sue leggi razziali dalla vittoria di un nero, Jesse Owens, che sotto il suo vigile sguardo aveva dominato la gara del salto in lungo. Quel pomeriggio, quello del 7 agosto, il Fuhrer sarebbe stato umiliato ancora una volta, questa volta per mano di quegli undici ragazzi venuti dalla Norvegia.

Sì, perchè a vincere, sovvertendo ogni pronostico, fu appunto la Norvegia. Una doppietta di Isaksen, a segno una volta per tempo, e quella Germania nazista che avrebbe dovuto dare dimostrazione della potenza del Reich, che avrebbe dovuto stravincere, si era ritrovata al tappeto, domata sotto gli occhi di Hitler. C'è un'immagine che ci rende un'idea concreta dell'umiliazione inflitta al Fuhrer in quel pomeriggio di agosto del '36. Un'istantanea che cattura lui, Hitler, intento a lasciare lo stadio insieme a Hess, Goring e Goebbels poco dopo il raddoppio di Isaksen, prima del triplice fischio dell'inglese Barton. Un'usanza oggi propria dei tifosi delusi, quelli che abbandonano i propri posti in tribuna prima del termine del match, magari per evitare il traffico post partita: in quel pomeriggio del '36 non si trattava che di un dittatore incapace di sottoporre il suo orgoglio all'immagine di un gruppo di sconosciuti intento a mandare al tappeto i panzer cui era stato assegnato il compito di difendere l'onore del Reich inseguendo un pallone.

Hitler lascia lo stadio prima del fischio finale

Tra quei ragazzi scandinavi – che sarebbero stati eliminati dall'Italia in semifinale, ma che avrebbero poi conquistato una storica medaglia di bronzo, ad oggi unico alloro della storia del pallone norvegese – spiccò quel giorno il talento cristallino di Odd Frantzen, un'ala destra nata a Bergen, regione di Vestlandet, contea di Hordaland, nel 1913. Odd, per vivere, aveva sempre lavorato come scaricatore di porto nella sua città natale: quella di quel 7 agosto '36 era la sua prima partita con la casacca della Norvegia. Giocava dopo il lavoro in una modesta squadra di operai, alcuni dirigenti della nazionale lo avevano scovato, chissà come, e avevano deciso di aggregarlo alla spedizione olimpica. Ma nonostante Odd giocasse nell'Hardy, club della “working class” di Bergen, la scelta di portarlo in Germania fu più che mai azzeccata: quel giorno, di fronte alla Germania, di fronte ad Adolf Hitler, Frantzen fu semplicemente immarcabile. Fu lui, ancor più del match winner Isaksen, a far ammattire la difesa tedesca con finte, dribbling e cambi di passo. I pupilli del Fuhrer, insomma, quel giorno non lo presero mai e vennero letteralmente fatti a fettine. Questo malgrado le dosi industriali di tabacco e alcool con cui Odd accompagnava le sue serate nel villaggio olimpico, vizi che gli avrebbero poi presentato un conto salato, qualche anno più tardi. Amava godere di ogni piacere della vita, Odd, amava ridere e far ridere, con il suo carattere guascone aveva conquistato un po' tutti i mebri della spedizione norvegese a Berlino, malgrado fosse l'ultimo arrivato. Ed è forse proprio questa sfrontatezza, questa voglia di divertirsi e di divertire, sempre e comunque, che gli permise di scendere in campo davanti a quasi 60 mila tedeschi, nel giorno del suo debutto in nazionale, sotto gli occhi di uno dei più spietati e sanguinari dittatori che la storia ricordi, con la stessa leggerezza che lo caratterizzava quando giocava con l'Hardy, nella sua Bergen, quando le giornate di lavoro al porto finivano e veniva il tempo di staccare un po' la spina.

Una cartolina spedita da Frantzen alla moglie Betty da Berlino

Ma quei giorni gloriosi con la casacca della sua nazionale sulla pelle, per Frantzen, non sarebbero durati a lungo. Il tempo di partecipare al mondiale francese del 1938 (eliminazione contro l'Italia agli ottavi di finale dopo i tempi supplementari), poi, dopo l'invasione della Norvegia da parte delle truppe naziste il 9 aprile del 1940, la fine dei giorni da calciatore di Frantzen. Odd aveva appena 27 anni, aveva giocato sempre e solo nel modesto Hardy, ma per lui il calcio apparteneva già al passato: chiuse con 20 presenze e 5 reti in nazionale. Continuò a lavorare al porto, come del resto aveva sempre fatto, anche negli anni d'oro da stella del pallone norvegese, arrotondando talvolta come muratore e aiuto camionista. Quando nel 1941 sposò la sua amata Betty, Odd era ancora una star, ma la celebrità, così come i ricordi annebbiati troppo spesso dai fumi dell'alcool, poco a poco svanì. Fare il calciatore, nella Norvegia degli anni '30, non era l'attività redditizia che è oggi, e anche i salari per i portuali di Bergen, nel dopoguerra, non erano dei migliori: la bottiglia, per Odd come per molti altri, era la via di fuga più facile ed immediata. E Frantzen, l'uomo che aveva umiliato Hitler e la Germania in un pomeriggio di agosto del 1936, finì così nel dimenticatoio.

Ricomparve in una breve di cronaca nera, nell'ottobre del 1977. Un uomo senza una gamba era stato brutalmente assassinato da un giovane in cerca di alcool. Un omicidio di inaudita violenza: quell'uomo, un anziano, era stato finito a calci da quel ragazzo, che poi se la cavò con cinque anni di galera. Quell'uomo che aveva trovato la fine dei suoi giorni in un quartiere popolare di Bergen era lui, Odd Frantzen. Era rimasto senza una gamba nella primavera del '61, quando durante una giornata al porto, salito su un carrello elevatore per scaricare alcuni sacchi di zucchero, precipitò su una piattaforma: fu necessaria l'amputazione, fu l'inizio della fine. Le quantità di alcool ingerite diventarono insostenibili per il suo corpo, anche l'amore con Betty si spense poco a poco, fino alla separazione. Si fece vedere in pubblico in occasione di un raduno con i vecchi compagni di nazionale, gli eroi del '36, poi tornò nell'oblìo, con l'ormai ex moglie che, per quanto possibile, provò a sostenerlo anche da lontano. Un oblìo sempre più nero: per quasi 4 anni, secondo i registri nazionali norvegesi, Odd risultò senza fissa dimora. Fino all'ottobre del '77, fino a quella breve di cronaca nera che ne annunciava la morte.

Frantzen, dopo l'incidente, insieme ai compagni del '36


Oggi Frantzen riposa nel cimitero di Solheim, vicino a Bergen, a fianco alla moglie Betty, dalla quale si era separato, ma che ha ritrovato dopo la morte. Il suo nome riportato sulla lapide risulta anonimo per gran parte delle persone che si ritrovano a passare di lì. Eppure quell'uomo, in un pomeriggio del '36, aveva umiliato Adolf Hitler, che aveva preferito lasciare lo stadio mentre quella funambolica ala norvegese ridicolizzava i ragazzi con la svastica sul petto.

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FONTI

"Il minuto di silenzio - La storia del calcio attraverso i suoi eroi" - Gigi Garanzini - Mondadori - pagg. 141-142

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FOTOGRAFIE

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